SE UNA NOTTE DI SETTEMBRE LE LUCI
È domenica 28 settembre da poche ore. Sono in macchina insieme a Lukamore, destinazione Torre del Lago: assisteremo alla serata di chiusura del MAMAMIA, noto locale gay della costa. La serata si svolge all’aperto, per strada, davanti al locale che pompa musica (tracklist very queer: immancabile Like a Virgin di Madonna, Sei bellissima della Bertè e gli oramai conclamati inni YMCA dei Village People e I will survive di Gloria GAYnor. È noioso per me passare una serata in discoteca, ma Lukamore ha insistito, dice che ci divertiremo, che sarà una serata da ricordare. Mi stupisco di come in certi casi sappia essere profetico. Ci fermiamo prima in un ristorante cinese, lui prende la sua consueta zuppetta di verdure lesse (ma io saprei cucinargliene una migliore col brodo granulare Starr). L’intera movida gay fiorentina si è momentaneamente spostata sulla costa. Riconosco l’immancabile zia Ivana, bellissimo nei suoi due metri di inossidabile energia bionda: non ha perso la grinta dei tempi in cui si esibiva con gli Spice Boys, gruppo cover en travesti delle Spice Girls. C’è anche qualcuno che mi riconosce: “Ehy, ma tu non eri allo YAG?” Sì, certo, mesi fa, prima che mi “sposassi”, nei tempi in cui stavo con quella marchetta tremenda che mi succhiava soldi e qualcos’altro (hem, intendo energie psichiche…) A Lukamore da fastidio che io sia riconosciuto. Fortunatamente capita poche volte, anche perché non sono affatto popolare. Dalla terrazza si affaccia Regina, transprostituta reciclatasi organizzatrice di eventi per raggiunti limiti di età: ha una parrucca blu elettrico e un abito argentato in stile cenerentola de nojartri. La folla è il solito fritto misto: qualche macho rasato con pizzetto nero formato mefistofele squaglia i suoi arti contro giovinetti efebici in body nero e boa di struzzo. Viene in mente una canzone dei Blur: boys who looks like girls who acts like boys who love boys who are like a girls. Ma siamo gay anche noi: io mi sento bellissimo nel mio look trasandato con ricciolo selvaggio e forfora che cade a boulle de neige sul mio maglioncino nero. Lukamore per l’occasione si è tagliato la barba e dimostra dieci anni di meno. Ci diamo delle arie per una buona mezz’ora finchè, quando il dj suona “I love you baby” nessuno dei due resiste e i nostri fondoschiena cominciano ad ancheggiare vorticosamente: certe cose sono nel sangue, nessun gay saprebbe resistere seduto ad una canzone di Raffaella Carrà. La voglia di ballare trash anni ’80 è un marchio di fabbrica. Eccoci sculettanti in mezzo alla pista, due vendemmiatori che schiacciano fantomatica uva pigiati fra afrori d’ascelle sudate. Mentre una pioggia di volantini argentati ci sommerge, le luci si staccano. Momento di panico quantificato in parametri temporali come un secondo e due decimi. Poi scatta l’urlo gudurioso collettivo: un WOOOOOOOOOOWWWWWWW di proporzioni galattiche plissettato di maliziosa ironia. La gente al buio si trasforma: coretti di urletti checcamarcia ed esagerazioni da fattanza frocia si alternano in un crescendo esilarante. “Chi è che me stà a scippà er culo?” chiede qualcuno nel buio. “Bimba, giù le mani, questa unn’è trippa per gatte!” esclama qualcun altro che ha avuto la sfortuna di essere scambiato per etero. “E’ un’immensa darkroom!”, “Ma che l’avete pagata la bolletta?” si chiede becero il meno chic della banda. Restiamo al buio e senza musica in attesa di una sorpresa: ci aspettiamo una torta con le candeline, un california dream man con un cartello che dice “for free tonight”, ci aspettiamo che Donatella Rettore faccia trionfante il suo ingresso al Mamamia in un tripudio di luci. Ma non c’è nemmeno la luna e, anche se i nostri occhi vanno gradualmente abituandosi alla darkness circostante, solo un’ondata di stelle ricopre le nostre teste. Si vede benissimo Orione. Lo dico a Lukamore che replica: “Certo, con tutti ‘sti pezzi di carne da ciancicare te guardi le stelle, eh?”. Eh, sì, purtroppo non sono un’aquila, non ci avevo pensato. Qualcuno si scoccia, oramai è un quarto d’ora che stiamo fermi e vociferanti al buio, molti decidono di spostarsi. Sorpresa: l’intera costa è al buio. C’è aria di scocciamento in giro ma io sono arzillo, colpa dell’efedrina ingurgitata qualche ora prima per sopperire alla carenza di sonno che si è andata accumulando durante la settimana. In questo caso il mio accendino si rivela utile: come un tedoforo conduco Lukamore sulla spiaggia. Considerando che la spiaggia di Torre del Lago è circa dieci volte più estesa di quella di Viareggio a causa della marea, trascorriamo circa un quarto d’ora prima di poterci sedere su due sedie a sdraio. La spiaggia è immensa, non riusciamo a veder niente, si sentono solo le voci. Ci sediamo accanto ad una coppia che scopa indisturbata su un lettino con il solo intento di dar loro noia: ci comporrtiamo come Vianello e la Mondaini per una buona mezz’ora finchè la coppia stufata decide per un'altra collocazione e così noi possiamo appropriarci del loro giaciglio. Qualcuno palesemente alterato urla da un ombrellone vicino “CHI MI SCOPA???” All’unisono io e Lukamore ci proponiamo. In meno di dieci secondi due ragazzi ci si buttano addosso e ci infilano la loro lingua in bocca. Ci sono momenti in cui lo sfasamento dovuto a sostanze stupefacenti mischiate ad alcool torna molto utile. Così ci ritroviamo sdraiati sui lettini insieme ad una drag queen che di giorno fa il parrucchiere a Firenze, ariete cuspide toro ascendente cancro con tacchi troppo alti che mi racconta di come sia contento che suo padre sia morto (“Mi ha dato solo dispiaceri”) e del bel rapporto che intrattiene con sua madre che gli ha prestato le calze per l’occasione. Io, dal canto mio, parlo del mio rapporto edipico (fra una slinguazzata e l’altra) fornendo numerosi dettagli sulla placenta e le sue capacità di fermare l’emorragia. L’altro ha un aspetto vagamente maschile e si fionda su Lukamore come se fosse l’ultimo uomo sulla terra. “Siamo fatti” ci dicono. Uh, che novità! In questo posto non sono certo l’eccezione. Anch’io che ho il setto nasale deviato e un raffreddore perenne posso percepire forte e chiaro il profumino di maria che proviene da ogni parte. Spieghiamo semplicemente che ci serve un terzo per la serata ma che, eventualmente, siamo anche disposti ad accettare un quarto, purchè alla lista non si aggiungano altri personaggi. Decidiamo quindi di passare a casa mia. Purtroppo ci attende uno scenario desolante: davanti al locale le luci non sono ancora state ripristinate. Qualcuno ha acceso l’autoradio. “è un attentato, tutta l’Italia al buio!” La voce rimbalza trai gruppetti. Bin Laden, sicuramente. No, Bush. E che c’entra Bush, non siamo alleati con Bush, dopotutto? Vabbè, ma quello è imbecille, si sarà sbagliato, magari, che ne so, voleva tagliar la luce a chirac per rappresaglia e ha staccato i fili sbagliati… che t’aspetti da uno come lui? E se fosse invece Bossi che ha deciso che solo Milano ha diritto all’energia elettrica? Ci sta. No, mormora qualcuno con voce che nemmeno Nico quando cantava con i Velvet, sono i 4 angeli dell’apocalisse che stanno arrivando. Vedrete, neanche il sole si riaccenderà più. Qualcuno piange. Sinceramente penso all’idea della fine del mondo: non male trascorrere le ultime ore prima del judgement day insieme al proprio fidanzato, almeno si sa come impiegare il tempo in maniera divertente. Persi in queste facili speculazioni, non ci accorgiamo che sul lungomare già 4 macchine si sono scontrate. La polizia non arriva. Le ambulanze neppure. Il panico genera panico. Centinaia di checche isteriche urlano all’unisono in una sorta di concerto alla Stokhausen. E nella confusione abbiamo pure perso il travestito e il ragazzo senza pantaloni. Acc…
SON OF STINK
materializzazione fisica per un orfano anonimo
Melt in my body/ passami dalle unghie e sfilati attraverso i globuli procrastinando il replay dell’assente in primavera/ non esistere dalla banchina dove attraccasti/ tu sei quella banchina/ uno sputo bianco ha attraversato cunicoli duri in suono moaning/ just for you to be here/ REPLAY:/ ogni tuo passo in frost neve è di rosso/ quando forever togheter like never before numero due corpi in bagno di saliva scendevano a picco nel pozzo/ azzurro notturno/ (usually)/ it’s a fall: / THE FALL EXPERIENCE:/ se queste fossero le ultime cose che mi fossero concesse di ricordare/ ancora cinque minuti prima di morire/ mentre stai perfetto dentro le mie labbra/ e creature senza recall a graffi e soffi proclamano la caduta delle differite/ we can only hope for the worst – diceva; ogni/ cellula nasce moltiplicandosi da lì, dal/ vibrato – scarlazione che torna via /è anche/ evil hurted me/ sonati smerigli siffatti suffragi sognano simili scadenze se sciacqui/ se: qualora: ogni ora senza/ don’t you? Similmente: /le presenze vascolari si alternano come memorie basculanti nel black dream di ogni scaramuccia mentale/ e quando lei spengeva la luce il click mi appariva boom/ l’oggetto esiste e incombe – l’oggetto non esiste e incombe. La materialità degli oggetti è un fatto. L’immaterialità o la non-esistenza degli oggetti è un fatto. In definitiva/ stiamo sfogliando lo stesso asfodelo/ ognuno potrebbe trovare il rimedio durante l’assedio/ definitivamente o/ provvisoriamente mancando una statistica definitiva delle organizzazioni turnali / sia tonaca oppure calza oppure lattice, tu/ passa dal bruciore che scava il derma sulla mia mano sinistra/ entrami, entrami/ fammi tua madre/ il sistema lo concede/ è per questo che ogni sera usualmente verso mezzanotte io alzo le gambe e apro/ share that hole/ tornami in/ circumnavigazione fisico-chimica come/ quando allen diceva “fardello che portiamo è amore”/incombe, incombe/incombimi/ combinami di braccia e gambe e pene e doglie/ sfoglia per un dolce sweet/se switch/ medesimo travaglio.