Stanotte qualcuno andrà in cerca di peccati in case non sue, entrerà in stanze matriarcali e consumerà amori maschili senza curarsi dell'apparato umano con cui libererà la sua prestanza di semenza prepotente. Sperma sul muro. Qualcuno nei bagni di un locale nascosto alla vista si chiederà a chi veramente apprtiene (sapendo che non appartiene più a sè stesso) sniffando cocaina o ingoiando pasticche che trasformano le costole in steccati: qualcuno non mi vedrà mentre riprendo in una diretta che atterrisce tutto questo. Paranoia che scende dalle coste più ripide della materia cerebrale. Qualcuno ad una normale cena fra amici preparerà oscure trame di delirio su cui correre indisturbato a perdifiato. Tu non mi guardi ma il mio pensiero va costante a te, corpo sognato; a te che hai alzato il velo per farmi entrare, a te: vorrei avere i tuoi occhi, le tue lenti, la tua guepierre, e quello sguardo di bambino che in palude m'innamorava. Non guardarmi, se puoi. Lucidi raggi violetti dai tuoi occhi: conosco bene la lancia che trafigge e che per te è ferita indifferente.

OH, CHARLEY, CHARLEY, CHARLEY...: Mentre i miei occhi ruotano dalla parete in muratura allo scaffale dei liquori mi accorgo che le persone all'interno della stanza sbiancata come l'interno di un uovo sono solamente copie di me. Charley direbbe che la vita è una copia meravigliosa. Charley si è messo la barba finta per piacere a Charley che ha la sua barbetta incolta e un sorriso post-umano, come di chi conosce tutto del mondo ma non ha nessuna intenzione di rivelarlo. Charley invece sta al tavolino, intento a costruirsi un qualcosa che servirà per volare, viaggiare, qualcosa di bianco. Charley invece viene da me, si siede, mi offre un drink e mi parla di malattie. Charley mi spaventa. Charley oggi non si è vestito da donna, ha i capelli neri corti e guarda il suo Charley come mamma orsa guarderebbe riccioli d'oro. Charley vuole il miele, Charley invece è affettuoso bimbo. Amo il ciuffo biondo di Charley. Amo quando Charley lo guarda orgoglioso. Charley al banco invece mi parla della vita. Il suo piglio filosofico, vissuto, stimola la mia corteccia cerebrale e in pochi istanti la mia catatonia volge alla fine. Aspetto Charley. Ma Charley forse non verrà. Gli lascerò un biglietto. Ci scriverò: "Charley, dove sei finito? Mi manchi, è tanto tempo che non ci vediamo. Tuo Charley". Lo lascerò a Charley, all'ingresso, nella speranza che Charley non lo butti via per sbaglio. O forse andrò a casa, mi guarderò allo specchio e la stanza intera rifletterà l'assenza di Charley. Io solo, Charley, resterò immobile, paralizzato nel mio specchio occidentale, a chiedermi se Charley è veramente il mio nome.