Arrivo in ospedale che mio zio sta morendo. Al capezzale ci sono tutti. Attesa, frenesia: sopravviverà? La nostra presenza in ospedale è superflua, meglio non ingombrare la stanza. Esco. Il bar ha una grande finestra che guarda sul lago: alcuni travestiti bevono il loro cappuccino in attesa di notizie. Mia cugina è arrivata con il suo ragazzo in aereo. Anni che non la vedo! Mi cerca fra gli avventori. Mi parla di suo padre, mi dice che forse non farà in tempo a riconciliarsi con lui, piange: ma io non posso staccare gli occhi di dosso dal suo ragazzo. Lo riconosco. E’ lui. La notte che passammo insieme rotolandoci sulla sabbia, le stelle cadenti, il bagno nudi. Fastidiosissima la sabbia. Le dico di correre in ospedale, forse è ancora in tempo. Come se nella stanza ci fossimo solo io e lui: dove sei stato tutto questo tempo? Perché sei sparito quella notte? Abbassa gli occhi. La raffica delle mie domande non lo tocca. “Non dire niente, te ne prego”. La sua figura maschile, potente, si staglia nella luce della grande finestra sul lago. La sua cravatta, la sua giacca, i suoi capelli corti, la mascella volitiva. Quando un familiare è in pericolo non ci si preoccupa di uscire di casa ben vestiti. Si parte in fretta, velocemente, senza pensare ad altro che alla perdita. Mi ripeto questo quando lo vedo sedersi e accavallare le gambe e nello spazio fra le sue scarpe di cuoio marrone e il risvolto dei suoi pantaloni vedo spuntare inconfondibile la rete delle calze.
LULLABY
Avrei voluto salvarti dal burrone della vita: la testa appena fuori dalle gambe selvatiche, fra le forbici insanguinate, la mia mano appena sotto la caduta sarebbe stata a te salvifica traiettoria. Chiudi gli occhi, distendi il corpo intero, inizia il processo regressivo. La mia mano è un ventre dove puoi tornare. Ho filato nell’attesa le lenzuola più soffici, raccolto le sete dei ragni ad una ad una, chè potessero cullarti anche sotto pelle. Torna nel miele: di miele ti ricopro, ambra impenetrabile, chè non turbino i tuoi sonni le zanzare. Passa adesso l’aria in brezza fresca estiva dal cielo e dopo le narici e fino dentro a te: respirami. Anche i lunatici hanno smesso di rincorrersi nell’erba e fuori e dentro lo strampalato albergo: dormi tranquillo bimbo bello… In debito di stamina, alle costole stanno quei consigli. Avrò latte per coprirti, a rovina di giorno starò guardandoti, seduto sul finire della terra. Il tuo sferico sopore cura la sottile malattia della lentezza. Un religioso fonema di corpo si solleva acuto ad ogni transito indugiato. Respiri insieme a me la stanza intera.