
O mio furbo Euforbo, zietto tutto rattrappito in seggiolino! boccaccia in derisione, a volte, quando al cigolar dell’onda mi sospingo: nel pensier mi stingo! il rosso mio cardinalizio è un orifizio da cui provien memoria. /// Ginnasta università quella troia di mi’ ma’: mi pà l’avea un sì grossolan’arnese ch’a più riprese la stanò dalla sterpaglia: fu ella puella generativa, restrittiva madre sempre attenta alla cucina, Agata recisa offesa scarnificata dall’acida mia suzione di bambina, delle mammelle privata madre, funesta madrina/// l’umanità tutta s’attuzza alle sue gonnelle. /// l’arnese è spirito santo. io canto ///
lo vidi sì potente e con terrore:
adesso ch’ogn’altrui arnese addento
non pavento quel lavorìo di vento
ch’orar egli me chiede in tutte l’ore
/// stirpe marinaia e d’acquazzurra, scoperta che procedo errante in quest’andazzo: e che cazzo! Provo sollazzo s’egli mi piglia tutto nella bocca, se figlia in fogli quel lucor che scocca da quel suo mare dentro e poi risacca fin dentro l’antro inferno delle cose: fioriscono le rose dagli sterpi suicidati in quella valle: di sperma così si riempiono le palle.
(su questo schiumoso catino, su questo lavabo-lavandino dove sciacquo le padelle, Esther Williams risorge venerea dalle polle e iridata mi sommerge di dixan piatti in bolle)
Ho imparato molto durante questa notte. Qualche minuto fa una ragazza americana mi ha detto: "Sai, mentre ero nella toilet della pizzeria una ragazza mi è passata davanti. E' uscita fuori senza tirare lo sciacquone e mi da detto <