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29/08/2004

DOMINATOR

Le anime non potevano attendere oltre altre mille ore d'insonnia per essere macellate da coltelli lungimiranti sprezzanti del pericolo e ben affilati alla ruota lunare che si allargava pienamente nella volta più scura di un cielo agostano. Strano il mondo, disse una passeggiatrice sullo scooter solitario che tornava dalla festa da ballo più in dell'estate alla vigilia dell'ultimo giorno passato sulla terra. L'inferno tessuto da mani perfette sibilò a lungo in un bollitore d'argento: mi abbevvi di scurezze e porporaglie varie quando una inestimabile allegria di potere mi prese la notte in un viaggio villoso dentro la macchina dei peccatori cinesi. I peccatori cinesi, l'impero coloniale, oh! le bianche scogliere di Dover cozzano contro la signora di Shangai ma solo il santo padre sa dove tutto questo perisce in defezione diurna, laggiù, allo sbocco neuronale, al delta della gamma geriatrica dei nostri poveri vecchi che hanno corpo di leggera vecchiaia e possenza ancora vituperio e smacco all'interno nebuloso dei loro occhi cattivi. Accecato, il diario delirante del mio bulbo oculare mi intraprese per una lotta gagliarda non esperienziale: le scale, i buchi nel muro, gli insonni oppure i dormiglioni si stringono addosso alle mie nervature e il mondo si curva in un'incrinarsi metodico. Il silenzio prima ride vanamente poi si sganascia le mandibole e fugge nel lasciarmi disteso in delirio di letto quando la voce più potente canta canzoni d'abbandono. L'abbandono trainò i vetri della porta lungo una rottura di corde e nervature di fogli e di realtà. La realtà era un'approssimazione, poche giunture tenevano la mia vita mentre essa si rivolgeva più decisamente ad un vuoto abissale riempito di scalini appuntiti. "Sei un fiasco totale" disse il domatore di leoni mangiando l'ombra spaventevole di mia madre che mi proteggeva come un lenzuolo dalle zanzare assassine. "Ma-... Ma-... Ma-...." balbettavo stringendomi al corpo di lui come se le scale fossero l'ultimo precipizio rimasto da saltare. Ma le sue lacrime sapevano dell'acqua salta in cui d'estate ci si tuffa sotto il sole e non v'era ancora la nuvola settembrina posta alla mercè delle nostre teste a potare via il surplus di piante carnivore dal risveglio acquatico dei nostri occhi piagati di bruciore rosso.

postato da: atarax7 alle ore 16:28 | link | commenti (22)
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20/08/2004

AGRIPNIA #7

Il sonno annaspa di fra le palpebrate sabbie della mia visuale. Si allarga la spazialità aereodinamica della realtà. La realtà circonda l'occhio e questo ne assorbe quantità eccessive. Caffeina, serotonina, nicotina: il ricordo della benzedrina che mi marcia nella testa con un suono di playback. Ancora avanzo verso un record di veglia. Alle sei e un quarto del mattino era già l'alba. I lampioni ancora accesi. Nessuno, davvero, nessuno in giro. Troppo caldo e poche pastiglie per l'oblio. La strada, una foresta pietrificata dove camminare come uno sciamano in un deserto di paure. Su una panchina, nella pineta. Fumo ciò che ho preparato la notte ma si allungano dietro di me i primi uccelli mattutini. Sono spie? Spiano la mia mente loquace per il poco sonnifero riposo? Il mio campo magnetico si indebolisce, già sudo e ancora in cielo il grigio non scompare. Sul mare prendo appunti. Ricordo la panchina. Ricordo innanzitutto la pineta deserta popolata da voci inesistenti. Da passi non visibili. Da aliti ignoti. Sotto la panchina stanno due fazzolettini di carta bianchi, usati evidentemente. Confezioni arancioni grandi metà spanna. Mozziconi in giro e un odore di uomo appena passato. Uomo? Forse. Tu adesso sei in Grecia, mia dea patriarcale, non ti cale minimamente il pensiero di me presente qui, a questo sfacelo di stanza buia a cielo aperto. Il cielo si rannuvola e una grigiaglia metallica fa da sfondo ai lacerti di una pineta esistenziale vicino al mare. L'occhio raccoglie, guarda, non può fare altro che guardare, guardare, guardare.

 

postato da: atarax7 alle ore 11:38 | link | commenti (18)
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