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29/09/2004

MADRUGADAS

Un tempo, se ben ricordo, nulla scappava dalla nostra vista. Io sedevo ore e notti infinite sul trespolo e tu versavi da bere dietro al bancone all’ubriacone di turno che s’addormentava cotto e lesso sopra una panchina. Osservavamo il mondo da quella posizione, a dorso di mulo: c’era sempre qualcuno che ci voleva toccare il culo.

 

Quel dicembre m’accompagnavo a una marchetta: la fretta d’amare mi costringeva a cavalcare l’onda di qualcuno conosciuto una sola sera e poi portato a letto e convissuto (cocciuto) per un intero inverno. Tu quell’ultimo dell’anno t’eri messo un kilt scozzese. Le pretese dei proprietari di tenere le casse accese. Che eri greco si vedeva: tu parli d’astrazione e di vita pragmatica nella tua assassinata grammatica.

 

Oublier les heures qui ont tuè parfois… ne me quitte pas… Parlammo di kyrie eleison mentre fuori pioveva o nevicava. Dicesti si trattava di qualcosa di chiesa. Quando ti rividi a quel bancone quell’estate capii la ragione del mio sragionamento: allora io m’accompagnavo ad un’ottuso stronzo, ad un ciccione a cui piaceva il sesso a tre: fosti te colui che mi portò lassù, su quella grande altura crocefissa di Jesù. Il presepe iniziatico si riaccese invece nei pressi del natale successivo. L’arrivo di lui m’ha cambiato. Il sesso a tre non m’è mai piaciuto.

 

Tu sei il testimone di questo assurdo mutamento, di questo plastico divenire di me e dei nostri giorni tutti: tu butti da bere nei bicchieri dei sogni di una sera: nella stanza buia abbiamo lasciato colui che aspetta e spera. E’ vera dunque questa storia? La so a memoria a furia e forza di narrarla tre volte alla settimana dal mio sacrosanto analista ormai vecchiotto. Il mio orsacchiotto io spesso stringo sul lettino pensando al mio destino fortunato.

 

Tu una volta dalla morte m’hai scampato. Ricordi quella sera e quell’americano che preparava drink e quel negrone che flirtava col professore di greco antico, e il nemico in agguato che era andato a portare la macchina non-mi-ricordo-dove? “Fuori piove”, disse qualcuno all’ingresso. Io fesso seguivo quell’americano al buio, da desiderio spinto e spinto in avanti dall’amato nostro martirio di tutti questi santi. Fosti tu virgiliescamente a illuminarmi la mente con una lampadina tascabile. Quell’incontro al buio era improbabile.

 

“Te ne eri accorta, cozza, che quello ce l’aveva?”. No, Questa cozza proprio non lo sapeva, non se n’era accorta. Che sorta di pazzo! Voler morire per un cazzo! Allora mi mostrasti che arriva sempre l’aria di un aprile a rischiarare dalla paura il cielo estinto. Il nostro trucco, lo sappiamo, è finto, è smunto, è un manto in cui spesso c’incupiamo.

 

Ricordo le mani del mistico dj, e Bonnie Tyler e parlar di Pierre et Gilles, e quel video di Marc Almond dove la carta da parati cambiava colore in ogni stanza, ricordo la panza del simpatico ciccione polemista, ricordo la pista che spesso abbiam percorso con il naso. Guarda caso, accanto, c’eri tu-- ed è già  tanto. Ricordo le drag e le traveste, ricordo le feste dei nostri sabato sera, ricordo la zuppiera dello champagne con ghiaccio, ricordo il laccio emostatico di qualcuno dei presenti, ricordo gli assenti all’ora di chiusura chiusi dentro le mura della buia stanza, li ricordo orgasmarsi in abbondanza.

 

Ma anche tu cercavi una relazione, i tuoi gioielli che friggevano alla luce rossa delle lanterne, il cappello maculato, le frange ai pantaloni, il vestito disegnato dal tuo stilista personale, il locale avvolto in una nuvola di fumo di Maria e quel ragazzo che ne rullava una dopo l’altra, ricordo il ballerino che ciucciava e le mani dappertutto ci metteva, ricordo che pioveva anche quella sera, ricordo com’era starsene seduti a sdrumare e bere, ricordo il sedere che mostravo muovendomi sul palo, l’occhio malo del marito della contessa, la fessa che se ne stava a staccare i biglietti per l’ingresso, il cesso intasato, il portiere butterato, ricordo poche ore divertenti, ricordo i sentimenti (e li ricordo forte) di quel giorno che parlammo della morte. La morte non esiste. Esiste l’arrivare all’isola e il nudo nuotare intorno alle sue coste.

postato da: atarax7 alle ore 23:47 | link | commenti (60)
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27/09/2004

CONVENTION DI POETI IN VIA DI ESTINZIONE

Arrivo al castello dopo cinque ore di viaggio, un treno sgangherato, un eurostar, un taxi che mi prende 40 sacchi e pochissime sigarette. Nervosismo. Sono da solo. Si può dire che non conosca nessuno. Almeno di vista. C’è l’assistente editoriale che è più scintillante di Milly Carlucci. Un vestito viola glicine. Mi porta cinque minuti a tavola perché stanno sparecchiando. Un buffet enorme completamente saccheggiato, mi accontento di poco, la nausea dei tornanti affrontati in taxi mi ha distrutto lo stomaco. Poi mi presenta ai poeti. I poeti sono un varipinto branco: c’è Giampiero, una tartaruga saggia che parla di farfalle. Ci sono due relatori rispettivamente consulenti editoriali di due case editrici a distribuzione nazionale. Uno interista, l’altro milanista staranno tutta la sera ad infischiarsene dei poeti e a leggere i risultati delle partite tramite i loro videofonini. Il mio spettacolo è schedato per la sera. L’organizzazione mi ha vietato sia i pantaloni di pelle sia il boa di struzzo sia eventuali drag queen a carico, anche perché le spese sarebbero ingenti. Sfila prima di me una kermesse poetica di un’ora e un quarto, liriche declamate da fine dicitore con accompagnamento di due flauti dolci e un’arpa. Atmosfera stile Loreena McKennitt. Siamo in una cantina scavata nel tufo, ambiente suggestivo. Per tutto il giorno ho cercato di stringere amicizie. Un tipo simpatico parlando male di un poeta antipatico dice: “Quel brutto finocchio di P…” e io “Cos’hai contro i brutti finocchi?”. Diventa rosso e si scusa ripetuttamente. E’ uno dei più simpatici. Ci tengo a precisare che sebbene frocio e cozza non corrispondo all’ideale di fetidume di cui lui parla. Diventiamo amici. Lui dormirà con la sua amichetta in macchina fuori dal castello perché stanchissimo di guidare e perdersi nel monferrato. Io passerò la notte in una stanza inquietante del palazzo, in un lettino stile pollicino, con una bomboletta inquietante di baygon spray anti scarafaggi sul comodino. C’è una coppia meravigliosa: lui ha degli occhiali tipo filini e dei bellissimi piedi infreddoliti che spuntano da sandali di marca, lei è una mammina perfetta e saranno i miei compagni di tavola, buffet e buffe avventure per tutta la convention dei poeti. C’è anche un ragazzo che sembra Manuel Agnelli degli After Hours, solo senza rughe. La sua ragazza è romana e parliamo a lungo di decolorazioni e tipi di shampo. Altri romani simpatici, un buffo critico con una panzetta eclettica mi faranno compagnia prima di iniziare la mia performance. Sono agitato. Ma arriva una faccia conosciuta. O meglio: una persona conosciuta dalla faccia sconosciuta. E’ la mitica Flor che, avvisata in tempo dall’ufficio stampa Celia Cruz international di mio marito che ha prontamente diffuso la notizia della mia presenza si è sobbarcata un viaggio nel Monferrato per vedermi. Ci abbracciamo come se non ci vedessimo da una vita. In effetti non ci siamo mai visti per tutta la vita ma proviamo la sensazione di esserci mancati. La sua presenza mi incoraggia alquanto. Fa la telecronaca in diretta della mia performance a mio marito tramite sms. E’ giovane, carina e completamente pazza: fa parte del clan, ammessa e promossa a pieni voti più lode e ringraziamenti infiniti per il supporto. Il giorno dopo rivedo Franco dopo due anni. Mi dice che sono diventato carino. Sto perdendo punti come cozza. Gli do il mio poemetto. Ma mentre scrivo frettolosamente una dedica allusiva sento che quello che provavo per lui è mutato in altro. Lord inglese metà Rupert Everett metà Principe Carlo, il suo fascino mi suscitra ammirazione ma non più passione. Il cerchio si è chiuso. Non vedo l’ora di tornare a casa dove mi aspettano mio marito e la mia famiglia. Saluto tutti. Frettolosamente, peccato, mi piacerebbe avere tutti i loro indirizzi e restare in contatto ma forse telematicamente c’è possibilità di ribeccarsi. Vengo caricato in macchina da due professoresse milanesi che mi scortano bravissime sull’autostrada. Una mi mostra i quadri che le ha fatto il marito che l’ha ritratta nuda e passionale su un letto. Good goodbye Monferrato, goodbye poeti che strillano all’alba invocando il sole. C’è un altro sole e un’altra luna che mi aspettano alla fine del binario otto di piattaforma Eurostar. Centinaia di volte ho visto lo stesso percorso dal finestrino: Prato con le sue fabbriche, l’Ikea, I Gigli, il cinema multisala, la scuola di Daniele e il giardinetto dove sono cascato col motorino sette anni fa, Campo di Marte con tutte le marchette che scrivono il loro cellulare sulle porte dei cessi, l’insegna di un negozio di calzature, Santa Maria Novella. E’ come se vedessi tutto per la prima volta.

postato da: atarax7 alle ore 22:02 | link | commenti (63)
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