“Non vi amo, poeti, sono politica / e forse morirò sporca di sangue”. I versi di Alba mi ritornano alla mente adesso che sette anni cadono come una meteora rovente a spaccare la terra che separa il me d’adesso dal me di quegli anni. Sono io la meteora? Sono forse io la starletta acqua-passata che ha goduto di un momento di gloria da Costanzo e poi non s’è più vista? Da Costanzo ci andai nel dicembre del 1998. Poi le cose si complicarono inaspettatamente. Sono forse, in questo, come i tanti ragazzi e ragazzine che darebbero un’occhio della testa per andare dalla DeFilippi? Eccomi qui, me, puttanella letteraria. Gaspara Stampa de’ noantri che si sdilinquisce intorno a San Sebastiano. IN QUEL TEMPO, ero solo un ragazzino che scriveva le poesie. Le scriveva perché aveva scoperto una sorta di terapia alternativa ai vari psichiatri che si occupavano di lui. Per uscire da un esaurimento nervoso certe cose servono. Sono sette anni che scrivo poesie. E in questi sette anni mi sono accorto che c’è dell’altro. Me ne accorsi negli occhi di mia madre, il giorno prima dell’esame di maturità. Me ne accorsi quando seppi che Max aveva preso l’AIDS, mentre leggevo sulla cartella clinica che ero sano. Me ne accorsi quando una marchetta mi picchiò, poco dopo che avevo incontrato Lefty per la prima volta. Me ne accorsi sopravvivendo ad un errore di immedesimazione, ascoltando A Forest suonata per me da Dj Frog. Si dice che i poeti abbiano bisogno di una Musa. Il saggio che sto scrivendo su Rosaria parlerà anche di quello. Sono un bambino fortunato, un poetino baciato dalla buona sorte: la mia Musa porta lo stesso nome di quella di Dante, suo padre mi dorme accanto da quasi undici mesi almeno due volte a settimana. Il suo dolcissimo russare vale tutti questi sette anni di sofferenti evoluzioni. Sette anni in cui dallo scrivere poesie sono approdato alla poesia. Non so se scrivo Poesia, ma sicuramente adesso so distinguerla dai versi. Tutti possono scrivere versi, anche Marco Masini ha scritto versi. Una poesia è più difficile. LA POESIA, poi, è quasi impossibile. Io scrivo perché ho il sangue alle dita. Non so esattamente perché lo faccio, ma credo di sapere come lo faccio. Mi sembra un passo avanti. Sono passati ormai cinque anni da quando Fulvio, il fidanzato di Paolo-Fabrizio, mi portò alla Flog insieme a Massi, per vedere il concerto di Lydia Lunch.

Non ero mai stato ad una cena portereccia. La cosa mi incuriosiva alquanto. Il Tartaruga e il suo fidanzato cinese ci vengono a prendere verso le sette e mezzo: ho assunto appena un'ora fa la mia razione festiva di sostanza technicolor. Scoppiettante sarà l'effetto sorpresa all'arrivo al party. Avanziamo nel dedalo stradale del centro in cerca della casa giusta, ovviamente in una zona a traffico limitato, kilometricamente distante dal posto in cui abbiamo parcheggiato. Siamo lì dopo tre rampe di scale: è una casa da affittare, desolatamente vuota. In salotto c'è una decina di persone, su un tavolo una ribollita fredda assomiglia ad un rigurgito equino. Una fila di bottiglie da poco mi da il benvenuto. Gli ospiti mi stringono la mano ripetendomi i loro nomi, che ovviamente sono alle mie orecchie tutti uguali. C'è un orso pacifico stempiato che siede su un materasso, il suo compagno è una rana brufolosa che va gracidando che sta da otto anni insieme a lui e che palle e sono io che soffro di più e a quest'ora chissà quanti me ne sarei fatti... Il padrone di casa è un alce schizzato e brizzolato, gli occhi gli vagano in un vuoto d'orbite inconcludente. Il suo compagno invece ha un muso leggermente post-cubista: fronte e mento erompono dagli schemi facciali costringendo gli occhi e il naso in un remoto, ottuso anfratto. Il festeggiato compie 25 anni: una delle rare occasioni in cui ho pensato che mi porto bene la mia età. E' vestito da pinguino, imbracato in uno smoking evidentemente preso a nolo, maglietta della salute al posto della camicia, crocefisso stile Incoronata attaccato all'aurea catenina. Il fidanzato è l'ultimo scalino dell'assurdo: faccia tempestata di brufoli rubizzi, jeans a campana aderenti e stretti che impietosamente evidenziano il suo massiccio culo a sposa. Entrambi, per tutta la serata, si parleranno fitto fitto nell'orecchio, lanciandomi occhiatine circospette, coprendosi la bocca con la loro gelida manina, scoppiando successivamente a ridere con uno sbotto da gallina ridens in crisi epilettica. LAPIDATELI. Ci chiudiamo in una cucina spoglia mentre io davanti ad una finestrina aperta su un cortile fumo ardimentosamente una davidoff magnum comprata per l'occasione. Non manca lo sdilinquimento dell'alce brizzolata e del suo compagno muso post-cubista che si esibiscono in trashissimi camuffamenti finto drag, assomigliando in modo impressionante all'idea che mezzo mondo erroneamente ha delle drag queen. Persino la più baldracca delle comuni travestite otterrebbe maggior ambiguità dall'agghindarsi femmineamente esportando sui suoi fianchi la grazia ambigua dell'uomo che si sente donna dentro. Fenomeni di travestitismo ludico percoreccio-casareccio che vanno avanti mentre noi usciamo perdendoci inesorabilmente nella fitta nebbia, convinti di essere sicuramente più giovanili e più gioviali (se non altamente desiderabili), criticando, come due vecchie comari casalinghe di Voghera, la loro disorganizzazione evidentemente dovuta all'esperienza. Un pizzino cheek-to-cheek in una modesta trattoria è sicuramente preferibile ad una casa vuota piena di sconosciuti e ad una torta di mandorle senza neanche una candelina sopra.