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30/05/2005

LETTERA



Mentre alla televisione la mamma di Tolon e lui stesso piangono sciogliendosi davanti all'ultimo reality e io penso che lui ti assomiglia, che entrambi avete un profilo strepitoso e che forse condividete la stessa strutturea ossa con tanto di attacchi al nervo sciatico, io mi trovo qui, esiliato nella nostra camera da letto all'ultimo piano del palazzo dove mi sono rifugiato sfuggendo ad una pioggia battente sprigionata improvvisamente dal mio condizionatore d'aria. Ho rifatto il letto solo solo questa notte, ancora fradicio dalla rottura del tubo micidiale, questo letto che senza di te m'appare enorme continente inesplorabile, questo letto che tu rendevi stretto dormendo in diagonale e mi sudavi addosso nelle notti estive, le più calde, mentre adesso il solo condizionatore rende tutto più gelido e più largo. Amore, io non sono affatto bravo con le parole, nonostante ci sia chi sia convinto del contrario, io nella mia beata incoscienza avrei preferito fare la soubrette, magari cantare in un cabaret le canzoni degli innamorati, scendendo la scala illuminata quasi fossi Wanda Osiris Sentimental e sentimental son'io, amore mio, nel senso che i sentimenti li vivo fino in fondo e violentemente tutti. Così, adesso, in questo quadretto di desolazione con assente, pensa a me, a queste poche ore che ci hanno viste insieme, tralasciando il bel gagà e l'altro compagnero, pensami guardando la stella più lontana, pensami sussurrando (ma solo nella tua mente, poichè ahimè sei stonato come me) "se piangi se ridi io sono con te". Mentre di sotto un catino raccoglie la pioggia scrosciante in una tinozza azzurra da bucato, io andrò nel bagno a ricercare le nostre lacrime pomeridiane per averti ancora (parte di corpo) ancora insieme a me, ancora un poco, finchè si prosciugherà sulla mia bocca e poi andrò allo scarico della doccia, interrogherò quel pozzo dei desideri chiedendogli di restituirmi almeno in parte il tuo sudore, quell'odore bimbo bimbo che a tratti sento ancora addosso in questa tua maglietta che porto addosso, che tu hai portato, che hai impresso stile sindone con le tue tracce luminose. Non portarmi delle rose, appassirebbero. Portami te e dimmi che m'ami. Mi faresti più felice d'un gratta e vinci miliardario...

 

postato da: atarax7 alle ore 00:13 | link | commenti (28)
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26/05/2005

CANZONETTE PRIAPEE

Nato nel 1926, con, alle spalle "50 anni di poesia" (come conferma la quarta di copertina di questo volume edito dallo Studio Editoriale nel 2005) Gian Piero Bona è un autore di sicuro interesse non solo per la comunità queer. Le sue "Canzonette Priapee" costituiscono un canzoniere erotico ispirato in larga parte ad avventure occasionali, sesso negli orinatoi, riflessioni epigrammatiche sulla marchetta di turno. C'è, nella scrittura di Bona, una consapevolezza attenta di ciò che possiamo chiamare "canone della poesia omosessuale italiana": la forma epigrammatica rivisitata nel contenuto tramite l'inserimento di un lessico sporcaccione da vecchio Ganimede non è appannaggio del solo Bona, anzi, riprende (quando non copia spudoratamente) toni e modi dallo Stratone dell'Antologia Palatina e, per citare solo un esempio macroscopico, vorrebbe ricalcare attentamente la leggerezza di Sandro Penna, poeta che della sua omosessualità riuscì a fare il tema portante della sua splendida opera poetica, ossessivamente cantandone il delicato sentimento verso i più giovani (tanto da poter parlare di vera e propria pederastia, seguendone l'etimologia greca). Più recentemente, un autore come Massimiliano Palmese era riuscito a rivisitare l'epigramma omoerotico con maggior efficacia di Bona: i suoi testi pubblicati nel VII Quaderno di Poesia Italiana della Marcos y Marcos ne erano una felice dimostrazione. Priapo, privato qui della sua valenza mitica di principio rigenerativo, è ridotto a gigantesco fallo da adorare alla stregua di una divinità: una divinità che invece di sostenere il poeta lo danna immancabilmente. Da un poeta dell'esperienza di Bona era lecito aspettarsi una fede più rigorosa alla propria lingua poetica (il libro "Gli ospiti nascosti" edito da Einaudi nel 1990 ci presentava una lingua più attenta, chiusa ma originale, personale) e non un deludente aggiornamento dell'ormai abusato epigramma latino in chiave maledettistico-decadente con surplus di lessivo scollacciato (che non scandalizza ormai, nè è funzionale alla resa erotica della compagine ma vive solamente nell'arco di un amplesso da film porno, onanistico e fine a sè stesso). Viene da chiedersi a chi possa essere utile oggi lo stereotipo di questo maschio omosex ancora alle prese, dopo 50 anni, con orinatoi e parchi pubblici: stanca macchietta con cui ormai solo pochi bigotti identificano il maschio omosessuale, il trito esempio è quasi lesivo verso una comunità che oggi lotta per il riconoscimento dei propri diritti e della propria dignità. E' proprio l'attaccamento ostinato non solo ad una forma (l'epigramma palatino-penniano già ampiamente sperimentato) ma anche al clichè maledettistico del gay tutto sesso e avventure che rovina l'autenticità o, perlomeno, la varietà di una comunità composita e dignitosa. E, soprattutto, rovina la poesia.

postato da: atarax7 alle ore 16:53 | link | commenti (28)
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