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29/10/2005

THE IRON LADY IN THE CHAIR

Sabato 22 ottobre tu volevi spendere il tuo tempo in maniera diversa e io ti ho costretto ad assistere alla presentazione di un centro per arti performative a cui tu non eri interessato. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, ti ho chiuso la porta in faccia pensando che la solitudine fosse la sentenza che dovevo scontare per averti offeso. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, il giorno dopo decisi che dovevo essere allegro, mantenere un distacco dal vortice di emozioni negative che mi sconquassavano il petto. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa sono uscito con uno sconosciuto e approfittando del fatto che entrambi non conoscevamo nulla dell'altro mi sono confessato, cercando di capire dove avevo sbagliato, la contrizione mi mangiava il petto e della tua gastrite ancora io non sapevo nulla. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa lunedì non ho capito che un orgasmo simultaneo non bastava a riassestare la tua fiducia, per mia colpa non vedevo minacciare la tua cerne dai tarli, per mia colpa m'illudevo di che ogni intemperanza mia o tua potesse essere dalla ragion pura controllata. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, il martedì ho desiderato uscire di casa e passeggiare in compagnia per Firenze, parlando di te, altra confessione, altra inutile assoluzione. Ho molto peccato in pensieri ("lui si fida di me, mai mi metterebbe in una gabbia"), in parole ("vedi, ho bisogno di parlare con qualcuno, chiunque"), opere ("ti scrivo questo sonetto in doppi settenari a rima interna nella speranza che possa essere un balsamo contro il tuo male. Ciò che ho di più prezioso, tieni, è tuo") e omissioni (ma non potevo immaginare, no, che la poesia fosse inutile alla vita umana, che la scrittura fosse un totale fallimento, che non avesse nessuna taumaturgia con sé, che fosse insomma qualcosa su cui fare sempre affidamento). Giovedì 27 era un giorno in cui avrei voluto restare a letto tutto il giorno, passare la sera in una chiesa per assistere al rito di una sacerdotessa, tornare a casa, pensare. Tu mi ha svegliato ed io non ero pronto, Per mia colpa, mia colpa, mia incommensurabile colpa ho corso il rischio. E mentre tu, addormentandoti, mi parlavi della minaccia mattutina che avevi indirizzato ad una di quelle orecchie che per qualche ora avevano accolto le mie confessioni, io supplicavo la Beata Vergine Maria di darmi la forza di dimenticarmene, gli angeli di sorreggermi amorevoli nella cupa notte dell'anima che mi attendeva prima che tu prendessi il treno delle 6.15, i santi di vegliare sui miei nervi che vegliavano me e te sulla linea dello scatafascio. Per mia colpa, mia grandissima colpa, ho peccato. Nessun elemento celeste m'ha preso la mano, mi ha tolto l'arma, mi s'è parata innanzi. Quando ho pensato che la rabbia si era sostituita all'amore nel tuo cuore, la rabbia si è sostituita all'amore nel mio cuore. Così confesso pubblicamente le mie colpe davanti ad una folla pervenuta per vedere l'esecuzione o il falò o quest'ordalia telecyberpunk. La diranno pantomima, sceneggiata, "oh, Marco, quando l'abbozzerai con queste sceneggiate!". Siccome spero non destar più ormai in folla astante una pietà dettata dalla mia contrizione di budella, mi fustigo e mi contraggo nella piazza più pubblica dell'intero urbano agglomerato. Forse erano le 2,27 anti meridiane quando ti ho scagliato un libro addosso mentre dormivi, quando ti sono saltato addosso per strapparti la collana e la camicia, quando ti ho schiaffeggiato (anch'io accecato dalla gelosia, stavolta, dalla gelosia per quell'altro te che era contro di me che mi rubava il te che era di me). Forse un minuto dopo il mio babbo e la mia mamma entravano nella stanza per dividerci. Forse due minuti dopo mia madre mi faceva notare in un processo verbale senz'appello e con previsione di condanna quanto il mio deluderla sempre e comunque le fosse pesato al punto di distruggerle la vita. Forse ancora dopo qualche minuto mio padre sottolineava ai miei occhi quanto il suo sacrificio per permettermi una buona vita fosse stato vano e immeritato, quanto idiota si sentisse per avermi permesso di godere del suo benessere, quanto fossi veramente idnegno di essergli suo figlio. E allora, per mia colpa, mia colpa, mia miserabile colpa ho fatto delle mie parole un'arma e ho rovesciato addosso a voi l'unica cosa che ancora mi restava viva dentro: ho desiderato (mea culpa) distruggervi verbalmente, ognuno di voi teneva il vuoto che mi porto dentro per un lembo e ognuno di voi tirava il vuoto dilatandolo, ognuno di voi un cavallo per il mio colpevole squartamento. Non furono ingiurie né parole, né cattiverie quelle che dalla mia bocca caddero su di voi. Fu solo il mio sangue di squartato a cadervi addosso in una rossa pioggia. Qualche minuto dopo mi fanno una puntura di Valium. Qualche minuto dopo per mia colpa, mia grandissima colpa, non riesco ad addormentarmi. Perché v'è un rimorso ancor più grande dell'azione che nessuno conosce e che mi lascia agonizzare nel bagaglio di corpo che devo custodire reagendo al desiderio di una mia impareggiabile morte. Vi sono momenti in cui restare in vita è impossibile. Pochi minuti dopo, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa mi sono alzato dal letto attraversando il buio dove la mamma, il babbo e te mi avevate lasciato. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa ho attraversato il pianerottolo e ho guardato le scale. Ho permesso al vuoto in cui ero caduto di materializzarsi ai miei occhi, Ho desiderato di cadervi, di attraversarlo precipitando come in rovinosa libera caduta, ho desiderato un volo di Icaro verso il sole della solitudine più estrema, quella della morte. Non è stato facile buttarsi dalle scale, ogni mio tentennamento era un istinto di autoconservazione. E allora ho volato senz'ali, schiantomi sul pianerottolo mentre le gambe battevano gli scalini tartassandosi in lividi, lasciando che la testa ripetutamente si spaccasse contro il duro del suolo. V'era buio e non ricordo che poche immagini. Ricordo che per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa tu mi portavi altrove. Ricordo che per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa mio fratello ha desiderato colpirmi con un pugno per infliggermi un dolore fisico pari al dolore personale che per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa io avevo inferto a lui e alla sua pace. Tutto si svolge come i flashes delle nebbiose ricordanze d'un ubriaco che si risveglia in un fortunato letto d'ospedale. Mio fratello ha rivolto il pugno contro il muro e per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa si è sfasciato una mano. Perché a tuo parere la mia è una violenza gratuita, perché nella tua testa è il colpevole che deve essere punito, perché nella tua testa un cadavere è sempre colpevole, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa io da te ho ricevuto un pugno che non mi ha fracassato le costole, ma la consapevolezza di non esserti all'altezza.
Oggi mi sveglio. Non riesco a muovermi o capire o realizzare cosa sia veramente accaduto. Ricordo tu che mi rimettevi l'anello al dito. Ricordo che volevo morire. Ricordo che ho scritto che la vita è una condanna. Scendo per le scale senza accorgermi che i miei piedi sono nudi, ho bisogno di latte caldo e miele per curare il mio catarro e la bronchite. Mia madre, vestita di nero, legge le sue riviste di moda come un carceriere che passa il tempo assicurandosi che il condannato stia nella sua cella. E' consapevole che ormai non tento di fuggire. Nessuno ha chiamato un medico. Io credo che mi diagnosticherebbe una persistente traccia di memoria che continua a funzionare nonostante l'assenza di altre attività motorie o cerebrali. Mia madre mi dice: "Mi ricordo da ragazzina tutte quelle cose che accadevano in casa. Il nonno e la nonna che si picchiavano, e io da bambinetta dovevo pensare alla zia che era la più piccola e dovevo parlare con la mamma, che aveva la depressione". Da ragazzino io, mamma, dovetti assistere a tutte quelle cose che accadevano in casa. Tu e il babbo e la felicità che non so ottenere. Io che da bambinetto dovevo pensare esattamente al dramma della gelosia (dramma che tu dichiari di conoscere, è vero, tu capisci il dramma della gelosia che ha avuto il mio fidanzato, ma dimmi, mamma, ma dimmi, babbo, voi, lo avete mai capito il dramma della gelosia che io vivevo quando naque mio fratello e voi due, i miei amanti, mi diceste che io ero il bambino grande e che comunque ci amavate allo stesso modo entrambi, e che una mamma non può voler più bene ad un figlio o all'altro però inevitabilmente lui richiedeva più cure di me e quindi è logico che il tempo poi viene a mancare. E io lo capisco. Lo capisco che non lo avete fatto apposta, che per voi era naturale, che non ci vedevate niente di male. Capiate allora anche i miei drammi della gelosia e non solo quelli del mio fidanzato che sospetta che io mi stia innamorando di qualcun altro. O, sì, mi sto innamorando di me adesso. Perché c'è anche un bambino di mezzo e io adesso devo provvedere ai suoi bisogni come (ed è palese) per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, voi non siete in grado. Tutti i bambini sono gelosi del rapporto che intercorre fra il babbo e la mamma: non ne capiscono il linguaggio. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Il bambino così è geloso della mamma. Il bambino vorrebbe la mamma tutta per sé. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, io sono stato geloso del linguaggio privato che mia madre usava con mio padre. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, Maurizio è stato geloso del linguaggio privato che io usavo con Mattero. Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, i miei genitori sono stati gelosi del linguaggio che io ho usato con il mio psicanalista. Il bambino Maurizio è geloso del linguaggio che Marco usava con Matteo. I bambini miei genitori sono gelosi del linguaggio che io uso con me stesso. Io sono geloso di mio fratello, dei miei genitori, del mio fidanzato. Perché tutti vogliono lasciarmi, abbandonarmi, per una ragione o per l'altra: mio fratello mi trasdisce per il Marco che lui vorrebbe che io fossi. I miei genitori mi tradiscono con il Marco che essi avrebbero preferito che io fossi. Maurizio mi tradisce con il Marco che avrebbe dovuto credere che di tutti voi c'era da fidarsi.
 

Alle 4.48 di sabato 29 io scrivo tutto questo Desidero ancora dormire. Perché mi sento stanco come se avessi corso a perdifiato in un sogno, inseguito da assassini che vogliono uccidermi. Non voglio sapere cosa di tutto ciò possa rimanere.

postato da: atarax7 alle ore 04:44 | link | commenti (1)
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27/10/2005

 

 

Mentre sfumano l'Isola dei famosi lui sta pensando: "Mi dichiaro prigioniero politico". Sdraiato sul letto, fra la cenere delle cicche che ha lasciato cadere, ebete, mentre con gli occhi fissava il teleschermo e con la mente ripercorreva i tremori della giornata, sudaticcio, lecca le carte dei cioccolatini (se ne è mangiati sei di cui quattro Lindt rossi, un Pocket Cofee e un Mon Cherie), gli duole la pancia, non riesce a farsene una ragione. Lo vedi lì, con quelli occhiali dalla montatura nera e la barba sfatta, il viso distrutto, il pigiama con le piccole pecore grigie. Riesci a vederlo? In questo momento sta pensando, per quel poco che gli riesce pensare. Puoi vedere il suo pensiero e leggerlo come fosse un fumetto, uno di quelli che formano una nuvoletta dopo una serie di pallini bianchi, puoi leggere i suoi pensieri come fosse Nonna Papera. Tu lo sai a cosa sta pensando, vero? Ti telefono o no? Ti telefono o no? Chissà chi vincerà... Si è svegliato a mezzogiorno. Gli hanno detto che Franco Ferrini sarebbe sbarcato sull'isola dei Famosi. Bevendo il caffè in panciolle, allegro, si pregustava la bella serata. Ah, che bello starsene in casa, tutti in salotto! Cinque persone, poi! Pensava che ai salatini, alle bibite, ad una torta Cameo da infornare nel pomeriggio. Poi ha fatto quel numero come d'abitudine. Ma la voce che rispondeva era un'altra. Eppure il numero era giusto. Quest'amore è una camera a gas, è un RAGAZZO che brucia in città... Stamattina lui non pensava che si sarebbe ritrovato la sera stessa in quelle condizioni. Pensava: "Il peggio è passato". Invece... Invece gli è stato detto che la sua poesia (un sonetto in doppi settenari con rime interne tipo clausola di sestina) era un contentino. Non se l'è presa affatto, per la poesia. E' abituato alle critiche e ultimamente le prende anche abbastanza sportivamente. E' rimasto di sasso per un motivo ben diverso: se fallisce la poesia in amore, allora è fallito l'amore. Non se l'aspettava. E' andato comunque al suo colloquio di lavoro. L'impiegata gli ha chiesto se si sentiva bene. Lui è scoppiato a piangere e le ha detto: "Ho tanto amore da dare ma nessuno lo vuole". L'impiegata gli ha proposto un servizio civile con dei ragazzini ciechi. O una biblioteca. O anziani disabili. Per 460 Euro circa al mese. Lui ha avuto un attimo di delirio. Ha pensato ad una delle poche persone che lo sa ascoltare, il suo analista. Un rapporto d'amore a pagamento. Ha pensato poi a quelle amicizie che gli hanno stroncato sul nascere: quelle non erano a pagamento. Ha pensato che il denaro può controllare qualsiasi cosa e il denaro non spaventa nessuno, anzi, rassicura. Invece i rapporti spontanei, il parlare per ore senza dover sborsare una lira, non è visto di buon occhio. La gente pensa sempre che ci sia qualcosa sotto. Perfino il suo Amore, qualche settimana prima gli aveva detto, scherzando e ridendo, con quel sorriso che tanto gli piaceva "Sono la tua marchetta personale!" Che grande verità! Money makes the love go round, the LOVE go round, the love go round... Ecco, ha pensato lui, mi sto inserendo nel sistema. Anch'io darò il mio affetto, il mio amore, la mia dedizione, la mia amicizia ricevendo in cambio uno stipendio. Ha preso il suo curriculum e si è diretto in un bar. Stava attraversando la strada quando gli ha telefonato. L'altro, quello che ridendo gli aveva detto d'essere la sua marchetta, voleva essere sicuro che non avesse mancato il colloquio di lavoro. Gli ha risposto di no. Gli ha risposto che, remissivo, rassegnato, aveva ceduto e si era inserito nel sistema. In QUEL sistema. Ha preso un succo di frutta alla pesca e un caffè. Si è nutrito. Ma poi è accaduto qualcosa di strano. E' andato in bagno e ha vomitato. Il barista gli ha chiesto se si sentiva bene. Lui ha risposto che si trattava di influenza. Ha mentito. Ha vomitato di proposito ficcandosi due dita in gola. Poi ha preso il suo motorino e si è diretto in piazza della Libertà. Ha parcheggiato, ha fumato qualche sigaretta nell'attesa, pensando che quella piazza aveva ormai un nome privo di senso. E' entrato da un parrucchiere per chiedere se poteva tagliarsi i capelli. Voleva tagliarseli a zero. Voleva somigliare ad un deportato di Bergen Belsen. Ma il parrucchiere gli ha detto che per quel giorno non c'era posto. Dal suo analista è caduto sul sesto gradino della seconda rampa inciampando nel laccio sciolto delle sue scarpe arancioni. Si è rialzato ed è entrato. Ha pianto. Ha strillato. Ha urlato. Ha parlato. Si è disperato. Il suo analista gli ha detto che quando la situazione è incandescente è necessario prendere tempo, più tempo possibile. Il suo analista ha esperienza, in questo, quando lavorava al manicomio era sempre lui che parlava con l'aspirante suicida sul cornicione per convincerlo a trattare. A desistere. Per dar tempo a qualcuno di andarlo a prendere. Poi lui è tornato a casa, dopo aver disdetto tutti gli impegni della serata. Che impegni, poi! Una serata a guardare l'Isola dei famosi. Dicono che lui ami il peccato, che lui sia un grande traditore, un infedele, una persona poco seria, un ragazzino viziato che vuole uscire tutte le sere. A casa ha acceso lo stereo a palla. Ha messo su IF YOU GO AWAY di Cyndi Lauper. Poi MY WORLD IS EMPTY WITHOUT YOU di Diamanda Galas. Poi ha avuto uno dei suoi soliti attacchi di nervi, ha cambiato nuovamente il cd, ha ascoltato l'aria ADDIO DEL PASSATO dalla Traviata. Un nome una garanzia. Avrebbe voluto spaccare il divano letto della mansarda con un'accetta ma non l'ha fatto. Ha pensato di impiccarsi con la cintura ad una delle inferriate della sua mansarda ma non l'ha fatto. Ha pensato di prendere una dopo l'altra le cinquantasette compresse che ha accumulato segretamente nel caso volesse farla veramente finita ma non l'ha fatto. Ha pensato di tagliarsi le vene con uno shogun ma non l'ha fatto. Amore mio mi sento un fallimento/ mentre tieni l'apparato terminale spento. Adesso, mentre scrive, sta cercando su internet un last minute. Destinazione: ignota.

 

postato da: atarax7 alle ore 01:55 | link | commenti
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