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29/12/2005

5.

 

Torna. Tu, Schiaccianoci. Tu, mago magician maliardo bastardo con l'infanzia rattrappita nello sdrucito sacco di dolciumi e monete sciolte in cioccolato /// Alberi in fuoco. Gli abeti luccicano e risplendono oltre i vetri. Aghi. Sfere di buio /// Una sfilata di zucchero filato che rosa e tremolante danza in filigrana su una scala candita in salita  /// Mamma, fata di frutta e latte, se mi vedessi, se mi vedessi adesso che muto, adesso che spesso materia mi sformo, adesso che sogno e assillante dispero d'incubi di notte cattiva e cattiva digestione, balleresti tu quell'insensato walzer ancora del tuo pube, del tuo utero all'inadammento, di quel seme che scende e smania, scende e smania, quell'insania demente rosacea idea di natalità bambini e parti con sei punti? /// ... /// Non siamo stati a cena nell'invernale residenza. Il ghiaccio sulla strada impediva un errare superbo e sereno. La casseruola è colma e fredda scordata sui fornelli. Fischiante l'inutilità delle nenie natalizie, solo nordico e artico vento udibile nel notturno biancheggiare del quartiere intero /// Non è nostra la macchina che sfreccia, amore. Non abbiamo danzato nemmeno il più modesto dei tip tap al cadere solenne dei fiocchi in ritardo sui tetti delle case. /// Maestoso e imperiale, un nevicare ininterrotto gelò tutto lungo il viale, la strada verso la stazione. Ci incamminammo nel bianco. Passo dopo passo durante la cancellazione.

postato da: atarax7 alle ore 01:35 | link | commenti (36)
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22/12/2005

BRILLIANT

 

Di cose strane, in effetti, ne ho fatte. Sul balcone estivo della nonna Giuliana, una mattina di luglio, in una piscinetta gonfiabile gialla con ippopotami azzurri disegnati sopra stile Pippo dei pannolini, guardavo i polpastrelli delle mie dita luccicare d’epidermide e diventare rugose e succose come prugne. “Prunes”, diceva Marco Q. mentre, seduti nella vasca di un bagno dalle piastrelle rosate di un tre stelle di Madrid, tre settimane dopo l’attentato delle torri, ci lavavamo col Vidal reciprocamente la pancia coperta da sudore e sperma. “You are insatiable”. Me lo aveva detto pochi minuti prima, nel letto che dopo un anno di conversazioni virtuali finalmente condividevamo per una sola volta, ascoltando Siouxsie & The Banshees, io, arrivato da poche ore con un charter da Madrid direttamente da Firenze per coronare un sogno d'amore, lui, dopo una transoceanica da Frisco, da dove era partito facendo credere ai suoi genitori (messicani spanglish trapiantati) che partiva per frequentare un inesistante stage europeo di design. Come quella volta con Carlo, bassista del Pistoia Blues, e la sua fidanzata cantante e poi scrittrice: "Andiamo al concerto di Lydia Lunch?" chiesi io guardandolo rullare un joint old-style di quelli con la doppia cartina arrotolata e lui, senza scomporsi "Perchè non la chiami a leggere poesie nel tuo salotto?" e lei che in Italia torna dopo tre anni arriva un mese dopo in casa mia trasportandosi dietro il fidanzato con la metà dei suoi anni, col petto lacerato da 48 scarnificazioni ancora sanguinanti appena appena nascoste da una canotta portata con disinvoltura sotto una giacca firmata. La risata di Lydia. Nota: Non dimenticarsela mai. La risata ilare e profonda di una che si fuma due pacchetti Lucky Strike al giorno per mantenere la voce del giusto timbro basso da donna vissuta pericolosamente ai margini del rock, con una casa a New Orleans e un pied-à-terre in California; "E New York?". "I reccomand you: don't go there". Non ci sono mai stato, Lydia, a New York. Però sono stato ad Amsterdam. Ci sei stata anche tu, lo so. Ma forse tu non sai che vuol dire partire un agosto torrido e cittadino con una station-wagon per il nord, in cerca di refrigerio, con uno pseudo-fidanzato bisessuale che ti fa ascoltare Giuni Russo nello stereo per dodici ore consecutive e suda pericolosamente, lui, l'ipertricotico orso grassone, viscido vipera: "E poi hai il coraggio di dirmi che non ti piace il sesso a 3?" Beh, si, la prima volta fu con un promotore di modelle ventunenne con qualche chilo di troppo e i capelli neri e lunghi fino alle spalle, il solito Max ammalato d'esperienze nuove desideroso d'essere l'ultima fetta di un panino di carne. Sinceramente ho fatto le mie esperienze. Ma, giuro, non me le sono andate a cercare, neanche nei momenti brutti, come quando assillato dal dubbio del sieropositivo firmai quel testamento in cui lasciavo ogni mio possedimento a Padre Pio. Neanche allora mi sono reso conto di quello che facevo. Come quando riguardo quella foto in cui faccio paracadute ascensionale sul litorale d'un villaggio turistico nell'isola di Mykonos ad otto anni e mezzo. Come quando, a quattordici, mi ritrovai indeciso a domandarmi se bere succo d'albicocca o succo di mirtillo per buttare giù le 60 pasticche di Tavor e Tegretol collezionate per un mese con l'intenzione di morire. Mai fu così abbagliante la luce del frigo.

 

postato da: atarax7 alle ore 21:46 | link | commenti (57)
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