Ho già il cappotto addosso quando Elisa dice: "Senti ciccio, io domani devo andare a Roma ma non c' ho voglia, ci vai te?"
Non so perché, accetto.
Forse perché da due anni uso nelle mie poesie delle immagini memoriali della mia esperienza di bambino lasciato solo alla tv durante gli anni '80. Forse perché quando avevo 18 anni sono andato al Maurizio Costanzo Show solo perché volevo far colpo su un tipo che mi piaceva.
Una gentile signorina con una voce da callcenter mi contatta poche ore dopo. La mattina successiva parto alla volta di Roma.
Saxa Rubra: da fuori assomiglia ad una modernissima sede universitaria o ad un ospedale. Le costruzioni sono asettiche, stradine pulite serpeggiano in questo agglomerato urbano chiuso al traffico. Sembra la cittadina del Truman Show. Una Paperopoli meno divertente, squadrata, finta, asettica. Un recinto di ferro la circonda come le mura di una fortezza. Fuori c'è un accampamento di zingari, una baraccopoli grande almeno quanto la cittadina stessa. Da alcuni cartelli scopro che nell'edificio c'è lo studio del TG1. Il programma che ci ospita invece si chiama "Te lo dico in versi". Va in onda su Rai Futura, misconosciuto canale satellitare. Sono le ore quattordici e trenta quando comincia la diretta. Per le successive cinque ore avrò l'impressione di essere intrappolato in un mostruoso viaggio psichedelico. Sospetterò più di una volta che i cioccolatini comperati in autogrill contenessero dell' LSD. Avrò forti dubbi sulla mia capacità di percezione del reale. Paranoia, mon amour. Una strepitosa Gabriella S. corre nel corridoio antistante lo studio di registrazione, cercando disperatamente un truccatore. Giuseppe C. che si crede
Giuseppe C. fa il suo ingresso sfoggiando un completo grigio e un paio di calzini a righe arcobaleno che difficilmente riuscirò a dimenticare. Scopro che Arnaldo C. (un brillante critico letterario che io conoscevo solamente per una prefazione al primo libro di Antonella Anedda) dal vivo assomiglia a Piero Badaloni. Ci sono due ragazzine vestite di rosa che conducono lo speciale di San Valentino. Una bionda, con una faccia da Bette Davis e ciglia finte chilometriche, e una mora, che sembra uscita da un concerto delle Lollipop. C'è il fan club di Nek: una fauna variopinta di bbborgatari (con tre b) che in un angolo cercano di ricordare in che anno il loro idolo ha vinto il Festival di Castrocaro. Anch'io ho militato in un fanclub, quando ero un pischello ma noi fans di Cyndi Lauper eravamo molto più informati. Il corridoio in cui mi aggiro è ospedaliero, un po' scrostato, con estintori ovunque. C'è un cartello del ministero che dice di tenere bassi i termosifoni. Appena fuori dalle porte con i maniglioni antipanico si accumulano le sigarette. Sembra un ambiente normale, da ufficio pubblico, se non fosse per quello stormo di ballerine basse, appena pubescenti, strizzate in inquietanti top di paillettes che sta correndo nella mia direzione. Mi travolgono come la folla che corre dietro al toro di Pamplona. Mancano trenta secondi alla loro esibizione e si sono dimenticate i palloncini rossi a forma di cuore. Lo studio assomiglia ad una discoteca anni '90. Luci al neon acido verde e arancione, una pedana rossa su cui potrebbero sfilare delle cubiste a forma di cubo. C'è un' assistente di studio che assomiglia ad un trans che batte vicino a casa mia. Tutti sono presi da un frenetico fare che io mi limito a guardare senza capire. Le ballerine, i microfonisti che mi prendono e mi attaccano i fili addosso, le segretarie che vivono attaccate ad un auricolare connesso con l'empireo della regìa.
Tutti parlano forte e fanno gesti strani, dietro alle telecamere. Davanti invece ci sono delle persone che cercano di parlare ma non sanno esattamente cosa dire. Nessuno ascolta perché c'è un caos indicibile. Solo chi è microfonato ha il potere di farsi sentire. Qualcuno mi prende, mi arpiona ad una ricetrasmittente mi spinge verso la pedana rossa, evito a fatica una telecamera acrobatica che per poco non mi colpisce in pieno viso, mi tengono fermo in attesa della luce rossa. Sono in onda. Sono nell'etere. Sono qui e adesso. Sono dove tutto succede e ho una paura fottuta. Leggo la mia poesia tenendo il foglio in mano nonostante un' assistente continui ad indicarmi il gobbo. Spiacente, io sono cecato, ho bisogno del foglio. Qualcuno, nel chiacchiericcio generale, mi fa una domanda assurda sul divertimento. Io rispondo chiedendo alla Bette Davis bionda la sua bacchetta magica. E' una bellissima bacchetta magica. Deve essere quella di Sailor Moon. Ne ho sempre sognata una uguale. Mi sono sempre piaciute le bacchette magiche delle fatine giapponesi dei cartoon. La mia unica preoccupazione è usare il cristallo di luna. Dire: "Pimpolo - pampolo - parimpapù", "Bi-e-a-bi-bo-ù", "Bibbidi - bobbidi - bu", "Supercalifragilistichespiralidoso" o qualunque altra cazzata che mi illuda di avere dei poteri magici per fuggire via di qui. Voglio le scarpette di rubino per tornare a casa. Fuggire da questo circo delle marionette, da questo Mangiafuoco di regista che mi inquadra il doppio mento, inesorabile, voglio che Antonella Clerici mi prepari una camomilla, voglio Piero Angela che con la macchina del tempo mi riporti indietro di ventiquattro ore.
Balbetto qualcosa di osceno. Dico "catarsi", dico "poesia", dico "ironia". Mi sembra di esprimermi in un dialetto Maori ormai estinto. Mi sento in gabbia.
E in effetti lo sono. Sono in quella scatola, riframmentato in segnale etere. Esisto come creatura aerea. Sono Ariel con la bacchetta magica di Sailor Moon. I miei ottantacinque chili spariscono e si materializzano nelle case dei parenti, degli utenti, di quelli che in questo momento stanno su un divano e probabilmente stanno dormendo. Ed è in questo momento che capisco che il televisore è un apparecchio bellissimo fintanto che lo si può spengere. Ma quando sei lì, travolto e stravolto da una diretta, no. Devi essere te stesso (possibilmente i te stesso che possono andare in onda in fascia protetta) e non hai scampo.
Quella telecamera ti guarda e tu non puoi fare a meno di esistere per un pubblico. In teoria dovresti dare il meglio di te ma è impossibile. Qualsiasi cosa tu dica o faccia il tuo auditel mentale ti punirà riportandoti su un monitor il tuo ritratto semovente di Dorian Gray. E mentre mi fisso in quel monitor davanti, mentre Gabriella S. dice in romanesco dei versi di Emily Dickinson, mentre tecnici, fonici, assistenti, segretarie, ballerine e trans combattono a colpi d'isteria la loro guerra personale dietro le telecamere io mi accorgo di essere me, in quello schermo accessibile a tutti.
Perché io?
Perché ho quel brufolo orrendo proprio accanto alla bocca?