
Dormitione profondissima: ma quasi non la ricordo, adesso: v'era una casa, certamente, e una staccionata a cui una pianta dal fusto grosso d'avvolgeva. Dovevamo cambiare casa. Ma ad ogni cambiamento mi fletto e mi spargo come un'esplosione fiabesca per la camera ammobiliata: la mia testa sul divano, una mano sotto il tavolo, dita a profusione sulla moquette, un'occhio accanto allo stereo, altre membra in altri luoghi. /// "E quali sono i suoi sintomi?", chiede l'anziano dottore, tenendo in bocca la sua pipa. "Beh, è come... come se... ecco, mi sono svegliato e improvvisamente quella non era la mia stanza, non era la mia vita, non era la mia casa e tutte le persone che ho incontrato da allora non sembravano appartenenti ad una mia cerchia di probabili conoscenze..." /// Cambio urgente di terapia per colazione. Passata mattinata a cercare un corso di yoga. A pranzo un consulto con un neurologo. Nel primo pomeriggio praticare psicoanalisi, all'ora del tè terapia antipanico... cos'è che mi rimane? Pensavo che la risposta fosse "L'isola dei famosi". Quella sera buttano fuori Ceccherini. I nervi mi crollano. Non resta che un lungo sonno. Non resta che una fiducia in una psichiatria massiccia, in una chimica mistica. Dormire, morire, forse sognare. No, sognare no.
Il prato stende e ottunde i sensi:
verdissime le erbe anche di buio
tracimano ricordi d'ardue notti
troppo elevate per credersi decessi.
In due sul motorino e senza casco
rimasti nei nostri familiari appartamenti
mentre villeggiava altrove la famiglia
urbani ai bassifondi ci accompagnavamo:
l'anfiteatro ricostruito il novecento
sempre verso la confluenza dei due fiumi
ospitava concerti voluti fermamente
da una positiva amministrazione comunale
e noi coi bus-navetta spesso e spesso a piedi
una sera non ancora maturandi i Prozac+
andammo ad ascoltare nel gran mucchio radunato
di compagni di scuola e ulteriori amici degli amici.
Pogavano, alcuni, la cui luna disperata
in loro il lupo più mannaro perseguiva:
altri più quieti cartina e poi tabacco
sul prato antistante rullavano una canna.
E presi da sessantottesche non vissute
immaginarie fantasie di rivoluzioni,
del sociale centro l'erba assaggiavamo
di sperimentali ebbrezze paranoie:
poi a casa tua o nei giardini
con un occhio di riguardo per gli spazi aperti
areando i locali dopo il soggiornarvi
ripetevamo a memoria i nostri corpi.
Adesso no, partisti, dopo il numero
cambiato all'improvviso solo poche volte
dai conoscenti di te ebbi notizia
ma di sicuro ancora indulgi nel medesimo peccato;
e se talvolta sbagliando la fermata al parco sosto
ancora l'erba verdeggiando l'epoca riporta
dello stendersi stellati all'umido del prato
mano nella mano, entrambi senza filtro.