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23/10/2006

ottobre elisabettiano

fondoradio

Dormitione profondissima: ma quasi non la ricordo, adesso: v'era una casa, certamente, e una staccionata a cui una pianta dal fusto grosso d'avvolgeva. Dovevamo cambiare casa. Ma ad ogni cambiamento mi fletto e mi spargo come un'esplosione fiabesca per la camera ammobiliata: la mia testa sul divano, una mano sotto il tavolo, dita a profusione sulla moquette, un'occhio accanto allo stereo, altre membra in altri luoghi. /// "E quali sono i suoi sintomi?", chiede l'anziano dottore, tenendo in bocca la sua pipa. "Beh, è come... come se... ecco, mi sono svegliato e improvvisamente quella non era la mia stanza, non era la mia vita, non era la mia casa e tutte le persone che ho incontrato da allora non sembravano appartenenti ad una mia cerchia di probabili conoscenze..." ///  Cambio urgente di terapia per colazione. Passata mattinata a cercare un corso di yoga. A pranzo un consulto con un neurologo. Nel primo pomeriggio praticare psicoanalisi, all'ora del tè terapia antipanico... cos'è che mi rimane? Pensavo che la risposta fosse "L'isola dei famosi". Quella sera buttano fuori Ceccherini. I nervi mi crollano. Non resta che un lungo sonno. Non resta che una fiducia in una psichiatria massiccia, in una chimica mistica. Dormire, morire, forse sognare. No, sognare no.

postato da: atarax7 alle ore 03:40 | link | commenti (27)
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03/10/2006

Anfiteatro

 



Il prato stende e ottunde i sensi:

verdissime le erbe anche di buio

tracimano ricordi d'ardue notti

troppo elevate per credersi decessi.


In due sul motorino e senza casco

rimasti nei nostri familiari appartamenti

mentre villeggiava altrove la famiglia

urbani ai bassifondi ci accompagnavamo:


l'anfiteatro ricostruito il novecento

sempre verso la confluenza dei due fiumi

ospitava concerti voluti fermamente

da una positiva amministrazione comunale


e noi coi bus-navetta spesso e spesso a piedi

una sera non ancora maturandi i Prozac+

andammo ad ascoltare nel gran mucchio radunato

di compagni di scuola e ulteriori amici degli amici.


Pogavano, alcuni, la cui luna disperata

in loro il lupo più mannaro perseguiva:

altri più quieti cartina e poi tabacco

sul prato antistante rullavano una canna.


E presi da sessantottesche non vissute

immaginarie fantasie di rivoluzioni,

del sociale centro l'erba assaggiavamo

di sperimentali ebbrezze paranoie:


poi a casa tua o nei giardini

con un occhio di riguardo per gli spazi aperti

areando i locali dopo il soggiornarvi

ripetevamo a memoria i nostri corpi.


Adesso no, partisti, dopo il numero

cambiato all'improvviso solo poche volte

dai conoscenti di te ebbi notizia

ma di sicuro ancora indulgi nel medesimo peccato;


e se talvolta sbagliando la fermata al parco sosto

ancora l'erba verdeggiando l'epoca riporta

dello stendersi stellati all'umido del prato

mano nella mano, entrambi senza filtro.


postato da: atarax7 alle ore 09:24 | link | commenti (13)
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